

199. Il crescente divario tra paesi poveri e paesi ricchi.

Da: R. Dahrendorf, Non serve dire: fate come noi, tratto da
Dossier Europa e pubblicato in Avvenimenti, 13 luglio 1994.

Nel corso degli ultimi decenni il divario tra paesi ricchi e paesi
poveri  andato aumentando, tanto che appare falsa ed ipocrita la
definizione dei secondi come paesi in via di sviluppo. Questo,
in sintesi,  il senso di quanto afferma il sociologo di origine
tedesca Ralf Dahrendorf, riportando dati drammaticamente
significativi a sostegno della sua tesi.


La povert non  solo il frutto naturale della miseria e tanto
meno lo  della indolenza e della mancanza di responsabilit di
cui si favoleggia a proposito dei milioni di persone dei Paesi del
gruppo dei 77 [associazione che riunisce tutti i paesi
sottosviluppati fondata nel 1964 da 77 di essi]. Essa  frutto
anche degli sforzi che i pi baciati dalla fortuna fanno per
trasformare i loro successi in privilegi ossia per sbarrare agli
altri la strada. L'effetto pi duraturo dell'imperialismo
colonialistico non sta tanto nello sfruttamento dei colonizzati:
questo viene ampiamente sovrastimato. L'effetto pi duraturo
dell'imperialismo colonialistico sta invece proprio nel fatto che
le potenze coloniali hanno, coscientemente o inconsapevolmente,
tenuto basso il livello dei Paesi colonizzati, facendo s che le
differenze esistenti diventassero sempre pi grandi.
Bisogna liberare il campo dai miti. Uno dei miti che dobbiamo
liquidare  l'idea che i Paesi poveri si sviluppino fino a
raggiungere a un certo punto il livello dei ricchi, sinch le
ingiustizie del mondo a poco a poco spariscano. Gi da molto tempo
gli economisti non credono pi a questa favola, la quale,
tuttavia,  ancora alla base dell'opinione pubblica e dei
comportamenti politici in maniera pi o meno marcata. Nella sua
importante relazione al Club di Roma su questo argomento, Jan
Tinbergen [studioso di questioni economiche internazionali] ha
mostrato come il rapporto fra il reddito pro capite nel mondo
sviluppato e quello del mondo sottosviluppato fosse stato nel 1970
di quasi 13:1. Egli quindi argomentava che - anche partendo da
ipotesi abbastanza ottimistiche sulla crescita economica e sulle
relazioni Nord-Sud - , diciamo cos, statisticamente impossibile
fino al 2020 che si riesca ad ottenere un miglioramento pi che
irrisorio di questo rapporto, poniamo di 13:1,2.
Altri hanno formulato la stessa opinione in modo diverso; ma tutti
concordano nel ritenere che la differenza fra i Paesi dell'Ocse
[Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico,
formata da quasi tutti i paesi industrializzati appartenenti al
mercato libero] e il gruppo dei 77 non si modificher di molto (a
meno di una qualche catastrofe che faccia ripiombare il mondo
sviluppato nell'et della pietra) e che anche in cifre e valori
assoluti per la grande maggioranza degli uomini del Terzo Mondo
non esiste in alcun modo la possibilit di raggiungere in un
futuro prevedibile il livello medio della Germania, dell'Australia
o del Giappone.
A questo proposito non abbiamo ancora parlato di aiuto per lo
sviluppo. Va detto, intanto, che si pu chiamare il mito del
filtraggio, o del trickle down [in inglese, scorrere verso il
basso]. Consiste nell'idea secondo cui gli aiuti per lo sviluppo,
quand'anche andassero a vantaggio solo di una ristretta fascia di
privilegiati nei Paesi del Terzo Mondo, in un modo o nell'altro,
filtrano verso il basso, nel senso che il nuovo livello di vita
raggiunto dai pochi si propone come spinta per molti
all'imitazione, o semplicemente nel senso che esso sveglia nei
nuovi ricchi l'interesse a creare per i loro figli condizioni che
permettano la conservazione dei loro privilegi, o in un qualsiasi
altro senso possibile.
Raul Prebish non  l'unico fra i pi autorevoli politici dello
sviluppo ad avere formulato una rappresentazione del genere. Nei
Paesi sviluppati d'Europa e del Nord America non si pu proprio
dire che la prosperit sia filtrata verso il basso; i motivi che
hanno portato al miglioramento della situazione di vita hanno
impregnato direttamente la societ. D'altro canto, ci sono esempi
storici a sufficienza di societ in cui ristrette cerchie di
persone hanno raccolto ricchezze gigantesche, mentre intorno ai
loro palazzi frotte di mendicanti e miserabili se ne morivano.
C' poi un altro mito, ugualmente falso, quello secondo cui
potrebbe esserci uno sviluppo continuo, stabile. Anche ammettendo
che i Paesi in via di sviluppo raggiungeranno i Paesi ricchi, e
anche se ciascuno segue un proprio ritmo di sviluppo diverso da
quello degli altri, si tratterebbe comunque di un processo stabile
( quello che sperano i pi umani sostenitori dell'aiuto per lo
sviluppo), che non provoca pi necessariamente lacerazioni nelle
societ. E' difficile, tuttavia, trovare esempi per questo, se
pure se ne trova qualcuno. Samuel Huntington [studioso di politica
internazionale], dopo aver analizzato la situazione di 53 Paesi di
tutto il mondo, conclude: Non  la mancanza di modernit a
procurare disordine, ma il tentativo di introdurla [...]. Non solo
la modernizzazione sul piano sociale ed economico provoca
instabilit politica, ma la misura stessa dell'instabilit dipende
dal ritmo della modernizzazione. L'instabilit politica  solo
l'espressione visibile di pi profonde tensioni e rifiuti fra
vecchio e nuovo. Una conclusione, comunque, si impone senza
possibilit di equivoci, ed  che fino ad oggi nessun Paese del
Terzo Mondo ha trovato un proprio sentiero di sviluppo che sia al
contempo efficace e stabile.
Questa demitizzazione della politica dello sviluppo sembra
lasciare sul campo solo un mucchio di macerie. In effetti essa
spinge a cadere proprio nella tentazione di quel liberalismo
formale e passivo che abbiamo rifiutato. Si pensi a Peter Bauer
[studioso dei problemi dei paesi sottosviluppati], il quale senza
mezzi termini qualifica la politica dello sviluppo come mortale
nostalgia liberale. Se il giardino dell'Eden si  cos
degradato,  perch quelli che lo abitavano lo hanno trascurato,
afferma a proposito dei poveri del mondo, e parla dell'aiuto dei
ricchi principalmente come espressione di un senso di colpa
occidentale. Eppure, anche Bauer aggiunge: Il senso di colpa non
ha nulla a che fare con il senso di responsabilit o di simpatia.
Rimane un ultimo elemento che ancora una volta ha a che fare con
un mito da spazzar via: il mito dell'universalit della
modernizzazione. Per quanto possa sembrare strano, anche gli
avversari impegnati di Hegel [Georg Wilhelm Friedrich Hegel,
filosofo tedesco vissuto tra il 1770 e il 1831] hanno adottato,
tacitamente e espressamente, la concezione hegeliana secondo cui
esisterebbe un qualcosa come uno spirito del mondo che marcia
attraverso il tempo e si impone a volenti o nolenti. Ancora oggi
non sono pochi quelli che, consapevolmente o inconsapevolmente,
accettano l'idea che un giorno o l'altro un'uguale modernizzazione
dominer il mondo intero.
Forse bisognerebbe preoccuparsi di fare una conoscenza pi
approfondita con i toni di fondo delle analisi che ci vengono
offerte da alcuni degli spiriti pi illustri dei Paesi in via di
sviluppo, come il politologo indiano Rajni Kothari (Passi nel
futuro) o l'economista indonesiano Soedjatmoko (Sviluppo e
libert). L dove quest'ultimo parla delle civilt alternative
(e significativamente aggiunge che appena un decennio fa sarebbe
stato impensabile che si potessero realizzare), fornisce gi un
assaggio, per cos dire, di eventi come la reazione islamica alla
imminente ondata della modernizzazione, e insieme rispecchia
sviluppi come quello cinese prima, durante e dopo la rivoluzione
culturale.
Non sono esempi molto consolanti. Ci dicono tuttavia come non sia
per nulla giustificato dare per scontate una industrializzazione e
una modernizzazione di dimensioni mondiali; ancora meno scontata 
l'ipotesi che tutti debbano seguire il modello europeo-
nordamericano. Possiamo tradurre tutto questo in termini pi
positivi. E' importante che ogni tentativo di penetrare nei
processi di sviluppo di altri Paesi rispetti la loro peculiarit
culturale, e anzi la favorisca.
